In breve vi spiego un po’ di che si tratta: che cosa succederebbe se un manuale che promettesse di risolvere i nostri problemi funzionasse? Cosa succederebbe se l’insegnamento a essere felici risultasse vero? La risposta che ci regala Will è davvero sarcastica, a tratti amara ed estremamente ironica svelando a mano a mano tutti i piccoli e grandi difetti che si celano nelle viscere della nostra sconclusionata società (il romanzo si svolge a New York, ma vi accorgerete che non c’è molta differenza con i nostri stili). Praticamente, se pensassimo di risolvere i nostri problemi di alcolismo, sovrappeso, dipendenza dal fumo, sfortuna in amore, mancanza di soldi…ecc. con un manuale divenendo felici e noiosamente perfetti rischieremmo di andare fuori di testa! E probabilmente desidereremmo con tutto il cuore il ritorno al nostr buon vecchio amico disagio, allo stress, alla tristezza e all’ansia.
Il protagonista Edwin de Valu, è giovane editor in una casa editrice newyorkese, la Panderic, che si trova a dover far diventare un enorme manoscritto, intitolato Cosa ho imparato sulla montagna, in un libro che promette di curare tutti i problemi. Un po’ quello che succede davvero nelle case editrici, il meccanismo per scartare i manoscritti è descritto in maniera divertente e soprattutto reale. Fatto sta, il manoscritto in questione, per varie vicissitudini editoriali e grazie a un inaspettato passaparola tra i lettori, diventa una caso editoriale di grandissima importanza e una guida di vita per milioni di lettori. Il senso dell’umorismo di Ferguson non si ferma a deridere il mondo dell’editoria ma prende di mira anche i lettori di quel tipo di saggistica che promette di risolvere i problemi e infine tutti i vizi della società consumistica.
Da qui succedono fatti singolari e fuori controllo, chiudono per fallimento le industrie produttrici di tabacco, di alcol, le banche, le palestre e la parola felicità viene registrata come marchio depositato a nome del sedicente autore Tupak Soiree. La situazione non è più sostenibile così Edwin capisce che l’unico modo per mettere la parola fine a questo disastro è uccidere l’autore, il seminatore del miscuglio di frasi fatte, banalità e trovate surreali inserite a caso in Cosa ho imparato sulla montagna, per riportare l’umanità al suo eterno e amatissimo malessere.
Devo dire che questa parte è tra le più spassose del libro, impossibile staccare gli occhi dalle pagine, lo leggerete tutto d’un fiato e tante risate.
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